Il museo virtuale esposto a Chișinău con la vecchia torre dell'acqua sullo sfondo (foto F. Brusa)

Il museo virtuale esposto a Chișinău con la vecchia torre dell'acqua sullo sfondo (foto F. Brusa)

In Moldova si è iniziato a discutere pubblicamente della carestia del biennio 1946-47, che colpì la Bessarabia appena annessa dall'Unione Sovietica. La ricostruzione dei fatti appare chiara, ma la società resta divisa su interpretazione e responsabilità. Reportage in tre puntate

20/01/2025 -  Francesco Brusa Chișinău

Lo sguardo in fotografia delle vittime del ‘46-‘47 sembra quasi uno sguardo interrogativo. Lo si può incrociare nello spazio pubblico di Chișinău, in via Mateevici, stampato sui pannelli di sfondo nero che compongono una piccola mostra sulla grande carestia del dopoguerra: scorrono liste di date e numeri, nomi di persone e di villaggi che suonano sperduti, didascalie esplicative.

Al termine, si apre il cancello dell’Università di Stato con il suo quotidiano viavai di studenti e professori all’ombra della vecchia e isolata torre idrica della città, una delle costruzioni più riconoscibili della capitale moldava, che non a caso è diventata un museo.

“È vero: il ricordo della carestia del ‘46-‘47 è un fenomeno nuovo per il nostro paese, è solo da un paio d’anni che esiste una vera e propria attenzione pubblica verso quella tragedia”, afferma Artur Leșcu, storico e commentatore per il sito di analisi politica Watchdog.md.

“Dal mio punto di vista, non posso che esserne contento: è chiaro che penso che ogni pagina del passato, per quanto misera e dolorosa che fosse, non debba essere cancellata dalla memoria collettiva. Al tempo stesso, non sono sicuro che la società moldava sia pronta ad affrontare un tema del genere”.

Il ricordo di un crimine

Ad aprile di due anni fa, il governo guidato dalla presidente filo-europeista Maia Sandu (da poco riconfermata al suo secondo mandato) ha approvato l’istituzione di un giorno ufficiale per commemorare gli oltre 100mila decessi che si sono verificati nel paese poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a causa di una generalizzata scarsità di prodotti alimentari.

Non si trattava di un evento circoscritto alla sola Moldova: nello stesso periodo, ci furono carestie anche in altri territori contigui come l’Ucraina o la stessa Russia. Eppure, nella regione della Bessarabia (che era stata da poco annessa all’Unione Sovietica) l’impatto relativo sulla popolazione ha rappresentato praticamente un unicum: a morire, secondo le stime più basse, fu il 5% degli abitanti dell’epoca contro l’1% e lo 0,5% degli altri due casi, rispettivamente.

“Sono cifre che esigono una spiegazione”, sostiene Igor Cașu, direttore del Centro Nazionale degli Archivi della Moldova, storico e profondo conoscitore della materia. “Quello che possiamo dire è che, al di là delle condizioni oggettive (in quel biennio, per esempio, ci fu una siccità di portata mondiale), esistono poi delle responsabilità specifiche delle autorità sovietiche che in quel momento amministravano la zona. C’entrano le politiche di collettivizzazione forzata delle terre, le requisizioni di derrate alimentari e infine un atteggiamento di negligenza da parte del governo locale che evitò di prestare soccorso quando poteva”.

Si è trattato, nella parole della retorica governativa, di una “carestia organizzata”. Un evento simile, fatti i dovuti distinguo, all’Holodomor ucraino degli anni ‘30, che nell’ultimo periodo è stato riconosciuto da diverse nazioni (tra le quali, l’Italia) come un “genocidio”.

In Moldova, la decisione di istituire una giornata di ricordo ufficiale è stata presa su iniziativa del deputato Vasile Șoimaru, ex-professore di economia e fra i firmatari della dichiarazione di indipendenza del paese, proclamata nel 1991. La memoria delle vittime del ‘46-‘47 si inscrive cioè in un più ampio ripensamento del passato del paese e in un impegno di denuncia dei crimini del regime sovietico, portato avanti da storici, politici e intellettuali.

Anche i pannelli informativi sulla cancellata dell’Università statale, che comunque occupano una nicchia dimessa e appartata nello spazio circostante, nascono dalla volontà di colmare un vuoto da parte della ricercatrice Mariana S. Țăranu e del professore di storia Nicolae Bogdan Tămaș (deceduto cinque anni fa): raccogliendo documenti d’archivio, fotografie e testimonianze, hanno creato un museo virtuale della carestia in Bessarabia, che è appunto consultabile in rete ma può anche essere stampato ed esposto dalle strutture che ne fanno richiesta.

Si legge dalla presentazione del progetto: “Le migliaia di cittadini che sono stati deliberatamente assassinati dagli occupanti sovietici stanno ancora aspettando giustizia […]. La Moldova è l'unico luogo in Europa in cui i nomi dei torturatori, dei collaboratori e delle spie sono protetti e sono stati rimossi dagli archivi e, inoltre, solo in Moldova i monumenti dei torturatori sono mantenuti e curati: tutto questo ci ha spinti a creare un museo virtuale della carestia”.

Fasi politiche alterne

Di fronte all’Università di via Mateevici, una lunga e imponente scalinata permette di scendere verso il parco di Valea Morilor, costruito negli anni ‘50 per volere dell’allora primo segretario del partito comunista moldavo Leonid Brezhnev.

Fra i mille sentieri e stradine che si immergono fra gli alberi, uno stretto percorso conduce al complesso monumentale di cui fanno parte la statua di Lenin e i busti di Karl Marx e Georgi Dimitrov, un tempo collocato davanti al palazzo di governo in pieno centro cittadino ma spostato dopo l’indipendenza in un luogo certamente meno frequentato e simbolicamente meno importante.

Potrebbe essere un po’ il riassunto dell’approccio verso il passato sovietico (o imperiale russo) che è possibile rinvenire esplorando lo spazio urbano di Chișinău: se nello snodo principale della capitale invece che Lenin ora troneggia, pur con modestia, la statua di Ștefan cel Mare, all’estremo opposto del lungo viale, nei dintorni dell’ex-municipio (adesso convertito in albergo), si possono trovare un memoriale della vittoria nella seconda guerra mondiale e un monumento equestre al generale dell’armata rossa Grigory Kotovsky; i tributi allo scrittore russo Aleksander Pushkin, fra il mezzobusto nel parco della cattedrale e la casa-museo spersa nel bloc di Albișoara, convivono con i segni a ricordo delle dolorose deportazioni operate dal regime sovietico, come la scultura posta didascalicamente all’inizio del piazzale della stazione dei treni.

“Dopo l’indipendenza, in Moldova si sono alternate diverse fasi politiche”, spiega Igor Cașu. “A mio modo di vedere è sempre esistito un consenso di fondo nella società rispetto al bisogno di revisionare criticamente il passato sovietico nonché di ridefinire la nostra identità nazionale, soprattutto rispetto ai legami storici con la Romania. Ma porre determinati eventi al centro della memoria collettiva richiede tempo, occorre cambiare gradualmente la percezione generale, e i governi che si sono avvicendati al potere hanno avuto approcci contraddittori verso il passato, rendendo un tale processo ancora più difficoltoso”.

Già dalla perestrojka e poi con il pieno sviluppo del movimento per l’autodeterminazione nazionale a fine anni ‘80, i temi delle deportazioni e dei crimini commessi durante l’occupazione del dopoguerra si sono imposti presso l’opinione pubblica.

Nel 1992 è stata approvata in Moldova la prima legge che riabilitava le vittime della repressione e consentiva l’accesso agli archivi delle autorità sovietiche ma, complice il predominio politico delle forze comuniste durante la decade iniziale di indipendenza del paese, la prima commissione presidenziale a riguardo è stata istituita solo nel 2010, dopo la “Twitter Revolution” dell’anno precedente.

“Sui fatti della carestia del ‘46-‘47 non c’è particolare disaccordo: più o meno tutti ammettono quello che è successo, anche se c’è chi minimizza o nega le responsabilità del regime di allora”, riflette Artur Leșcu.

“Ma la società è divisa rispetto all’atteggiamento che occorre mantenere verso l’epoca sovietica. In tanti magari pensano che comunque sia meglio dimenticare, che non abbia senso andare a rivangare nelle pagine più tragiche della nostra storia. Eppure, oramai lo sappiamo: non ne esce mai nulla di buono dalla cancellazione volontaria del passato, no?”.

 

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