
Frontiera tra Lituania e Bielorussia © Stefano Ember/Shutterstock
Le difficoltà e i numeri della diaspora bielorussa in Europa. Andrei e Katsiaryna ci raccontano cosa vuol dire essere bielorussi migrati in un altro paese e le difficoltà di mantenere vivo l’attivismo politico
Lo scorso 26 gennaio, senza sorprese, Aleksandr Lukashenka si è assicurato il suo settimo mandato consecutivo come presidente della Bielorussia, consolidando oltre trent’anni di potere.
Secondo i dati ufficiali, l’autocrate bielorusso avrebbe ottenuto l’87,5% dei voti. A seguirlo, curiosamente, non è il candidato del Partito Comunista Bielorusso Sergei Sirankov - leale a colui che per anni è stato definito “l’ultimo dittatore d’Europa”- che si è fermato al 3,2%, ma il voto “Contro tutti”, espresso dal 3,6% degli elettori.
Una scelta di protesta che, stando, di nuovo, ai dati ufficiali, avrebbero fatto circa 200.000 bielorussi. La legittimità generale di questi numeri, tuttavia, è ampiamente contestata dalla maggioranza degli osservatori internazionali.
Duecentomila. Questi sono i bielorussi che secondo le stime più prudenti, per usare un eufemismo, hanno lasciato il paese dopo il collasso delle proteste democratiche del 2020, soppresse dal regime di Lukashenko: con 30.000 arresti in quell’anno, 75.000 in totale negli anni successivi, compresi 1.231 prigionieri politici tutt’oggi in carcere. Tra i primi c’era anche il compagno di Andrei Vazyanau, attivista e ricercatore bielorusso di origini ucraine, di Mariupol’.
Andrei, però, scelse di rimanere, anche se non a lungo. “In Bielorussia, quando viene arrestata una persona cara, devi occuparti di molte questioni pratiche prima di poter partire”, spiega. Ha lasciato poi nel 2021, e oggi insegna a Vilnius all’European Humanities University, un’università privata di arti liberali fondata nel 1992 a Minsk ed esiliata dal 2004 dopo essere stata costretta alla chiusura forzata dalle autorità bielorusse.
Nello stesso anno in cui l’università di Andrei veniva costretta a lasciare il suolo bielorusso, Katsiaryna Ziuziuk sceglieva la stessa strada. “Dopo la seconda elezione di Lukashenko, in cui furono già chiari i brogli, evidenti rispetto al primo mandato, quando in effetti furono molti i bielorussi a votarlo, ci radunammo in piazza per protestare: eravamo pochissimi. Mi sentivo rassegnata al non poter cambiare il mio paese, così ne ho scelto un altro,” racconta Katsiaryna che oggi abita a Trento e nel 2020 ha co-fondato Supolka, l’associazione dei bielorussi in Italia.
“Per anni avevo smesso di seguire attivamente ciò che avveniva in Bielorussia, poiché non avevo molte speranze. Nell’estate del 2020, dopo l’arresto di Viktor Babaryka e le proteste che infiammarono Minsk, per me e tanti connazionali qualcosa cambiò,” continua Katsiaryna che per il suo attivismo ha anche ricevuto intimidazioni. Un risveglio identitario, scatenato da una situazione di pericolo, che non è solo di Katsiaryna. Come ha raccontato il sociologo bielorusso Henadz Korshunau in un’intervista a Deutsche Welle:
“Ci sono sempre stati molti bielorussi all’estero. Ma il 2020 ha segnato una svolta: si sono distaccati dallo spazio post-sovietico di lingua russa, in cui erano rimasti a lungo dissolti, e hanno iniziato a riconoscersi pienamente come bielorussi. Le proteste di piazza hanno mostrato al mondo che il popolo bielorusso esiste, che non è solo una diaspora silenziosa, ma una comunità che agisce e mantiene viva la memoria della Bielorussia. Queste manifestazioni di protesta e solidarietà sono cruciali per due motivi. Da un lato, servono a ribadire alle città che le ospitano che i bielorussi non si identificano con il regime: lo rifiutano, si oppongono alla repressione e alla guerra. Dall’altro, sono fondamentali anche per gli stessi bielorussi all’estero: parteciparvi significa ricordare a se stessi di non essere solo emigrati, ma bielorussi a tutti gli effetti”.
Bielorussi in Europa
Come accennato, i numeri sull’esodo di bielorussi in Europa variano, dalle stime più conservative di 200.000 a quelle più alte di circa mezzo milione. Molte persone hanno lasciato dopo il 2020, altre dopo il 2022, da quando Lukashenko ha concesso a Vladimir Putin di disporre della Bielorussia come meglio crede durante l’invasione dell’Ucraina.
Un anno dopo la guerra, circa 281.000 bielorussi avevano ottenuto un visto europeo “per la prima volta nella loro vita,” scrive il media polacco in lingua bielorussia Belsat: una popolazione paragonabile a quella di Pinsk e Borisov insieme, due delle dieci città più popolose del Paese.
“È realistico ritenere che circa il 5% della popolazione bielorussa abbia lasciato il Paese dopo il 2020,” afferma Andrei. È come se negli ultimi cinque anni oltre tre milioni e mezzo di cittadini avessero lasciato l’Italia.
“Il più delle volte lo status di rifugiato nell’Unione Europea è molto restrittivo, e non comprende diverse situazioni al limite: molti sono riconosciuti come migranti economici, sebbene le loro difficoltà siano legate al loro attivismo politico in patria”, aggiunge Andrei.
Dopo le proteste del 2020, infatti, chiunque sia riconducibile a esse è entrato in una ‘lista nera ’ che rende impossibile trovare lavoro, oppure lo fa perdere a chi già ce l’ha.
Spesso i bielorussi decidono di trasferirsi nei paesi dell’Unione Europea più vicini: oltre la metà dei migranti risiede in Polonia e nei paesi Baltici. Nonostante il sostegno europeo al movimento democratico in Bielorussia, in molti sono ancora visti con sospetto per la propria nazionalità, soprattutto nei paesi che più fortemente si dichiarano contrari al regime di Lukashenko: ad esempio la Lituania, dove i bielorussi sono la seconda nazionalità dopo gli ucraini.
Vilnius ha sospeso l’emissione di visti per bielorussi (e russi) per ragioni di sicurezza nazionale. “Non vengono nemmeno concesse nuove cittadinanze a bielorussi che risiedono nel paese da più di un decennio, e che hanno tutti i requisiti per richiederla,” aggiunge Andrei.
Una restrizione ancor più drammatica, considerando che il regime di Lukashenko priva della cittadinanza alcuni oppositori politici, motivo per il quale l’ex Commissaria per gli Affari Interni dell’UE Ylva Johansson ha invitato gli Stati membri a decidere se “giocare il gioco di Lukashenko o naturalizzare un numero di persone pari all'intera popolazione di Malta: è di vitale importanza garantire che i residenti bielorussi nell’UE abbiano accesso a documenti di identità e di viaggio, oltre a canali per regolarizzare il loro soggiorno, nonostante la mancanza di accesso ai servizi consolari.”
Ovviamente, “la diaspora bielorussa non è un monolite, e ci sono varie esigenze e priorità, così come prospettive su ciò che avviene in patria,” racconta Andrei. “In questa ‘geografia della migrazioni’ potremmo dire, semplificando, che i bielorussi sono più legati al Paese quanto più risiedono vicini a esso, in Polonia o nei Baltici, rispetto a chi al contrario vive in Europa occidentale”.
“In effetti, anche in Italia mi è capitato di vedere alcune persone bielorusse, che dietro la formula retorica “non parliamo di politica” sostengono il regime e l’unità culturale e politica con il Cremlino,” aggiunge Katsiaryna. “Ma sono un’assoluta minoranza”.
La diversità di esperienze e opinioni rende ancora più difficile l’attivismo politico per i bielorussi all’estero, come ha raccontato Ivan Kravtsov. Tra le sfide principali la partecipazione della diaspora stessa: l’opposizione bielorussa ha creato un comitato di coordinamento in esilio per la Bielorussia, “ma è difficile spiegare a un bielorusso in Polonia, ad esempio, l’influenza di questo comitato sulla sua vita quotidiana, rispetto al Sejm polacco,” dice Kravtsov.
Anche le difficoltà più pratiche e materiali gravano su molti attivisti. “Dal 2020 al 2022, dopo le proteste, c’è stato un forte sostegno europeo e occidentale all’attivismo politico dell’opposizione bielorussa e alla società civile.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, molti fondi sono stati sospesi o finanziati, sia in seguito alle sanzioni ma soprattutto per la deprioritizzazione rispetto a ciò che affrontavano i civili nell’Ucraina stessa, o più recentemente in Georgia,” conclude Andrei. “Ciò ha portato a una perdita di sicurezza finanziaria e ‘burocratica’, e conseguentemente di motivazione, per gli attivisti bielorussi che hanno dovuto trovare altri lavori per potersi sostenere all’estero: in molti hanno abbandonato l’attivismo”.
Un monito che suona ancora più forte dopo la recente decisione del presidente statunitense Donald Trump di sospendere gli aiuti alla cooperazione estera tramite USAID. Fondi spesso giustamente criticati per motivi sia economici che ideologici, ma la cui sospensione “mette a rischio milioni di persone nel mondo”, secondo Oxfam.
Questo articolo è stato prodotto nell'ambito di “MigraVoice: Migrant Voices Matter in the European Media”, progetto editoriale realizzato con il contributo dell'Unione Europea. Le posizioni contenute in questo testo sono espressione esclusivamente degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni dell'Unione europea
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