Zoran Đinđić (foto wikimedia)

Zoran Đinđić (foto wikimedia )

Le proteste studentesche che da mesi scuotono la Serbia, hanno fatto riemergere la centralità e modernità del pensiero di Zoran Đinđić, il filosofo e premier progressista ucciso nel 2003. Le sue idee, sostiene Ivo Kara-Pešić, forse vengono davvero comprese solo oggi

20/02/2025 -  Ivo Kara-Pešić

(Originariamente pubblicato da Peščanik , il 7 febbraio 2025)

Questo è il paese per noi, questo è il paese per tutti i nostri figli”. La voce inconfondibile e intensa di Milan Mladenović riecheggia dagli altoparlanti, facendo da sottofondo musicale e sostanziale alle proteste studentesche e civiche in tutta la Serbia.

Ed effettivamente, l’attuale momento storico in Serbia è talmente straordinario che molti discorsi e canzoni del passato solo ora hanno pienamente assunto il loro vero significato: è come se i loro autori auspicassero ardentemente, e quindi presagissero questa rivolta pacifica in cui la solidarietà, l’empatia, l’umorismo, la tenacia, ma anche una profonda tristezza, il trauma e il lutto si stagliano in prima linea come scudo e simbolo. Nessuna voce però risuona in maniera così forte e penetrante come quella dell’assente presente Zoran Đinđić.

Naturalmente, viviamo in un’epoca completamente diversa dagli anni ’90 e dai primi anni 2000, la nostra quotidianità è fortemente digitalizzata, le nostre menti sono ormai plasmate da Internet e dai suoi algoritmi. Anche il mondo che ci circonda è cambiato profondamente, sono cambiate le relazioni geopolitiche e la concezione del diritto internazionale.

Tutti, soprattutto noi che viviamo all’estero, seguiamo le notizie sui social ed è qui che compaiono quotidianamente – come una voce della coscienza collettiva, come un filo conduttore – frammenti dei discorsi arguti di Zoran che, con ogni parola, colpiscono nel segno, svelando l’essenza dell’attuale situazione in Serbia.

Ci sono voluti più di due decenni affinché in Serbia crescesse una generazione capace di comprendere a fondo quei discorsi e di accettare il loro contenuto come conditio sine qua non di una trasformazione radicale del proprio paese.

“Vedi quanto fosse avanti rispetto ai suoi tempi”, mi ha scritto in uno scambio di messaggi il mio caro amico, l’attore Miloš Timotijević. A me invece sembra che Đinđić non fosse avanti rispetto ai suoi tempi, come pensatore non poteva nemmeno esserlo, perché secondo il noto principio di Hegel – filosofo tanto caro a Đinđić – siamo tutti figli e figlie della nostra epoca. Piuttosto, è la Serbia ad essere, ancora oggi, indietro di vent’anni. I discorsi appassionati di Zoran lo rendono dolorosamente chiaro.

A cavallo dei due millenni, Zoran Đinđić era un politico europeo moderno, liberale e altamente istruito, mai appesantito dai valori tradizionali della società serba. Era ben consapevole che la Serbia stava prendendo l’ultimo treno per raggiungere il mondo democratico e sviluppato, e per questo era spesso frettoloso.

È ai problemi urgenti, a quelli che ci assillano maggiormente che – come il filosofo francese Louis Althusser diceva ai suoi studenti – dobbiamo dedicare la maggiore parte del tempo. Althusser ha evidenziato il divario esistente tra filosofia e politica, tra teoria e prassi.

Zoran Đinđić non è mai stato così potente dal punto di vista politico come lo è oggi, in questa fase storica dalla trasformazione democratica della Serbia. Questo aspetto sicuramente sta mandando su tutte le furie quelli che non lo sopportavano nemmeno quando era vivo, vuoi per le sue idee moderne e la sua spigliatezza intellettuale, vuoi per quell’ottimismo contagioso che emanava, tanto che alla fine hanno organizzato il suo omicidio, non potendo nemmeno immaginare che Zoran, grazie a quello che, spesso erroneamente, chiamiamo mondo virtuale, potesse tornare più politicamente provocatorio e intellettualmente audace che mai.

È come se la Serbia, con le proteste guidate dalla sua gioventù, stesse tornando a quell’umanità essenziale che l’eredità dei terribili crimini delle guerre degli anni ’90, le sanzioni, la povertà, e poi il saccheggio “progressista” avevano completamente soffocato.

Le attuali proteste in Serbia sono qualcosa di completely different, come direbbero i Monty Python, qualcosa che in questo momento è difficile da cogliere con la mente e descrivere a parole.

Dopo tredici anni di regime del terrore di Vučić e una serie di eventi terrificanti, la Serbia sembrava aver toccato il fondo. Rendendosi conto che quel fondo era solido e impenetrabile, sentendo di non avere più nulla da perdere se non un’esistenza svuotata di qualsiasi significato, i giovani per primi hanno detto Basta! mobilitandosi per recuperare e riconquistare quel significato, senza paura e senza fretta.

Sembrava che l’apatia totale e la depressione collettiva avessero pervaso ogni poro della società, permettendo ai parvenu di Vučić di rubare indisturbati. Poi è accaduto qualcosa di completamente inaspettato.

Dalla nube di polvere prodotta dal crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad è emerso uno spirito che probabilmente da anni giaceva nascosto nel profondo dell’anima dei giovani.

Hanno capito con assoluta chiarezza ogni aspetto del regime di Vučić, eppure hanno scelto di ignorare questo regime e di vivere, come si legge in un vergognoso comunicato della Chiesa ortodossa serba, in un universo parallelo.

Sin dall’inizio delle proteste gli studenti hanno ignorato anche Vučić, facendo impazzire la sua personalità narcisista. A dire il vero, non lo ignorano, sarebbe più corretto affermare che con tenacia lo stanno riportando entro i confini della carica presidenziale, stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica di Serbia.

Ecco che di nuovo si sente l’eco dei discorsi di Zoran: la società serba deve diventare matura, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, perché la responsabilità è il primo segno di maturità.

Inoltre, l’attuale situazione a livello mondiale è talmente grave che la Serbia non può contare su alcun aiuto dall’estero: questa volta la democratizzazione deve essere compiuta esclusivamente con le proprie forze. E non è necessariamente una cosa negativa.

Da filosofo e collega di Zoran ho riflettuto sulla possibilità di percepire il suo contributo intellettuale alla vita politica della Serbia come un nuovo illuminismo, epoca che la Serbia non ha mai effettivamente vissuto perché al culmine dell’illuminismo europeo era ancora sotto il dominio ottomano.

Non vi è dubbio che i giovani in Serbia hanno imparato molto dagli errori di tutte le precedenti mobilitazioni studentesche, in primis quelle del 1992 e del 1996-97. Sanno che il regime cerca in tutti i modi di inserire membri dei servizi segreti negli organismi decisionali degli studenti (vedi: Fontana di Terazije, 1992).

Anziché un cambio di governo, chiedono che le istituzioni dello stato svolgano in modo indipendente il loro lavoro (qui la mia generazione aveva sbagliato, cercando di abbattere il regime di Milošević, nella speranza che l’opposizione, una volta arrivata al potere, potesse far funzionare le istituzioni).

Stanno compiendo uno sforzo ammirevole per evitare la violenza, uno dei fenomeni che vantano una rara continuità nella storia discontinua della Serbia. Zoran Đinđić ha dedicato alla violenza un posto centrale nel suo pensiero filosofico e ha saputo riconoscerne le tracce nell’idealismo tedesco, ma anche nel pensiero marxista e post-marxista, in ogni tentativo di ridurre l’individuo a soggetto agente e attivo.

In Serbia si è aperto un interessante dibattito pubblico intorno al tema dell’impegno, soprattutto tra gli artisti, dopo che alcuni sono stati criticati per non essersi schierati e attivati, e la richiesta di schierarsi è stata percepita, di per sé, come una forma di violenza. Questa dinamica segna un grande progresso nella società serba, fortemente polarizzata, dove l’orientamento e il posizionamento politico sono sempre stati visti come una guerra di trincea contro “gli altri”.

Quello che emerge tristemente da queste proteste è la mancanza di politici del calibro di Zoran Đinđić, capaci di trasformare la straordinaria energia e speranza messe in motto dagli studenti in un progetto politico moderno.

In questo senso ci sentiamo tutti orfani politici di Đinđić. Forse però è ingenuo, anacronistico e pericoloso aspettarsi che un solo uomo, con il suo carisma politico, possa far uscire un’intera società da un vicolo cieco.

Forse dobbiamo aspettare con pazienza per vedere cosa nascerà da questi eventi come nuova forma di organizzazione politica. Rimane la consapevolezza che al momento le proteste studentesche non sono articolate né orientate politicamente.

Assumendo una prospettiva filosofica, sappiamo che, nonostante tutti gli algoritmi e i calcoli dei computer sempre più potenti, la differenza tra essere ed ente non si può cancellare, sfugge ad ogni tentativo di controllo e apre uno spazio di libertà intellettuale da cui nascono tutte le altre forme di libertà.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di filosofi, non solo in Serbia, ma in tutto il mondo, intesi forse non tanto come filosofi politici, ma sicuramente come teorici della società e critici dei fenomeni politici.

A prescindere dal loro esito, dopo le proteste studentesche e civiche a cui assistiamo la Serbia sarà un posto migliore in cui vivere. E il futuro, come sostiene il grande Joe Strummer, non è ancora stato scritto.


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