Lettere II Guerra mondiale © Lora liu/Shutterstock

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Urška Lampe, storica e ricercatrice slovena, ha studiato a fondo le sorti dei prigionieri di guerra italiani deportati in Jugoslavia dopo la Seconda guerra mondiale. Ne è nato un libro e una mostra, consultabile anche online

27/03/2025 -  Stefano Lusa

L’intento è quello di andare a capire il dolore degli altri e di indagare come la guerra abbia continuato a pesare sulle famiglie anche dopo il conflitto. Urška Lampe, brillante ricercatrice di Capodistria si è messa così a studiare le sorti dei prigionieri di guerra italiani deportati in Jugoslavia dopo la Seconda guerra mondiale.

Un tema meno sulla cresta dell’onda e meno al centro del dibattito politico rispetto a quello delle foibe o del fascismo di frontiera, ma che continua a gravare sulle memorie di confine.

Ne sono nati prima un libro (Deportacije iz Julijske krajine v Jugoslavijo, 1945–1954: diplomatski in socialni vidikie- Edizioni Annales 2023) e poi una mostra, che fino al 25 aprile sarà visitabile presso l’Archivio regionale di Capodistria, ma che è consultabile anche online .

La Lampe, insieme a Katja Hrobat Virloget e ad altri ricercatori sloveni, sta tentando di sfondare il tetto di cristallo e di guardare più in là, parlando anche di quanto accaduto agli italiani nell’immediato dopoguerra, quando le autorità jugoslave operarono per annettere gran parte della Venezia Giulia.

Temi scomodi e fino a ieri per nulla al centro della ricerca storiografica ed antropologica slovena, concentrata a studiare soprattutto le sofferenze e le angherie patite dagli sloveni nel periodo fascista ed in quello dell’occupazione della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale, dove in un paese smembrato dalle forze dell’Asse si registrarono 1.100.000 morti.

A guerra finita i nodi vennero al pettine, ma dal punto di vista jugoslavo le forze di occupazione nella Venezia Giulia usarono i guanti di velluto. C’era una disputa territoriale da vincere ed i riflettori internazionali erano troppo puntati sulla regione per metterla a ferro e fuoco come accadde invece nel resto del paese, dove in maniera sbrigativa i comunisti di Tito non vollero lasciarsi sfuggire i loro progetti rivoluzionari.

In ogni modo, una volta arrivate nella Venezia Giulia le nuove autorità arrestarono migliaia di persone. Alcune vennero giustiziate sommariamente, altre vennero internate in Jugoslavia. Gran parte di esse fecero ritorno, ma alcuni sparirono nel nulla. Erano stati arrestati perlopiù uomini che avevano combattuto nelle unità collaborazioniste al fianco dei nazisti, ma anche di burocrati che avevano fatto funzionare gli ingranaggi della Adriatisches Küstenland.

I prigionieri italiani in Jugoslavia furono oltre 50.000. Una buona fetta rientrò in patria nel giro di pochi mesi, ma altri 17.000 tornarono a scaglioni entro la primavera del 1947. Finirono in vari campi di prigionia in tutto il paese. Il peggiore di tutti fu quello di Borovnica, una cittadina ai margini della Palude di Lubiana, dove alle pessime condizioni di vita e alla fame si univa l’arbitrarietà assoluta delle guardie carcerarie.

Storie tragiche, emerse negli anni nella memorialistica italiana, in Jugoslavia ed in Slovenia di quel campo non si sapeva quasi nulla e la vicenda era avvolta da una cappa di silenzio. Nella stessa Borovnica si persero le tracce di quella struttura, ridando al paesino il suo pittoresco bucolico aspetto.

Urška Lampe è stata la prima che ha cercato di ricostruire quello che era accaduto lì, andando a cercare documenti d'archivio, ma soprattutto tentando di parlare con la gente del posto. Quando arrivò nel paese per la prima volta nessuno voleva ricordare quella storia, la invitarono a lasciar perdere, le dissero che nessuno avrebbe parlato e che non era il caso di occuparsene, poi lentamente riuscì a farsi raccontare quello che era accaduto e a raccogliere le memorie.

Ora qualcuno dice che avrebbe voluto fare di più per quei prigionieri, dalle testimonianze emerge che ci fu chi tentò di aiutarli ed anche l’orrore della popolazione locale per il comportamento delle guardie e soprattutto degli spietati comandanti, che sembravano addirittura sfuggire al controllo delle autorità dell’epoca.

Sta di fatto che molti morirono, alcuni anche nel giorno in cui avrebbero dovuto essere rilasciati. Di loro non si seppe più nulla e nessuna comunicazione venne data alle famiglie che per anni continuarono ad aspettarli. Fu l’aspetto più tragico della vicenda, quello che lasciò un segno profondo e che a molti non permise di chiudere il cerchio e di rielaborare il lutto.

La Lampe, però, non si è limitata a raccogliere le testimonianze degli abitanti del luogo, ma ha anche cercato di parlare con le famiglie degli scomparsi e dei reclusi che avevano fatto ritorno a casa. A caratterizzarlo è stato soprattutto il silenzio degli ex deportati dovuto alla volontà di ricostruirsi una vita, dal desiderio di nascondere ricordi emotivamente pesanti, ma anche dalla consapevolezza degli sconfitti che la loro memoria privata era molto diversa da quella pubblica che l’Italia antifascista e nata dalla resistenza andava costruendo.

In sintesi, memorie dissonanti dalla narrazione collettiva, ricostruite successivamente da figli e nipoti, che hanno voluto rielaborare quanto accaduto ai loro cari. Una mostra di immagini, ma anche di testimonianze video, che narra uno spaccato della storia di confine, raccontando le storie dei vinti, di quelli che in Slovenia non avevano avuto praticamente voce. Un lavoro importante per la storia di frontiera.

Nei rapporti bilaterali tra Italia e Slovenia, dopo i gesti di riconciliazione dei presidenti Borut Pahor e Sergio Mattarella al monumento ai martiri sloveni fucilati dai fascisti e alla foiba di Basovizza, il passato pesa di meno.

Spesso si sente dire però che la storia bisogna raccontarla tutta. È necessario, pertanto, far conoscere agli italiani quello che gli sloveni ed i croati furono costretti a subire nella Venezia Giulia sotto l’amministrazione italiana e nel periodo fascista ed è altrettanto necessario far conoscere agli sloveni ed ai croati quello che accadde agli italiani nel periodo jugoslavo e comunista.

In sintesi, per la pacificazione più che parlare delle colpe degli altri è prima di tutto necessario fare i conti con le pagine più oscure della propria storia.

Urška Lampe con il suo lavoro ci dice che le vittime possono essere anche carnefici e che i carnefici possono anche essere vittime. Un messaggio di cui far tesoro in un momento dove in Europa e nel mondo tornano a spirare venti di guerra e dove il fuoco del nazionalismo sembra destinato a riaccendersi.


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