
© Vera Petrunina/Shutterstock
Nel Vecchio Continente la neve diventa sempre più scarsa, con un calo marcato soprattutto nell’Europa centro e sud-orientale, con conseguenze per ambiente, economia e risorse idriche tutt’altro che trascurabili
(Visualizzazioni di Yevheniia Drozdova - Texty)
Un tempo le vaste pianure dell’Europa centro-orientale, tanto quanto le montagne di tutto il continente, evocavano lunghi e bianchi inverni. Quell’immagine sta progressivamente svanendo insieme al manto nevoso, che in tutto il continente - con rare eccezioni - si fa sempre più esiguo e meno duraturo.
Il fenomeno ha ripercussioni sul turismo, sull’agricoltura e sulla disponibilità idrica, ma è difficile da quantificare per via della scarsità di dati e della grande variabilità locale. Un’analisi condotta nell’ambito di EDJNet utilizzando i dati satellitari MODIS, corroborata da un’indagine negli archivi meteorologici della rete ECAD (European Climate Assets Datasets) ha fornito una fotografia della drastica riduzione della copertura nevosa.
Il calo nell’Europa centro-orientale
L’NDSI (Normalized Difference Snow Index) consente di distinguere con buona approssimazione i territori innevati da quelli senza o con poca neve, sulla base della proprietà di quest’ultima di riflettere la luce visibile. Più il valore si avvicina a 100, più le relative porzioni di territorio sono state verosimilmente ricche di neve e viceversa.
Le immagini relative all’intero inverno 2024-2025 mostrano che, oltre alle aree non montuose dell’Europa sud-occidentale (normalmente prive di neve), paesi come Ungheria, Serbia, Moldova, Croazia, Polonia e Ucraina occidentale ne hanno vista pochissima.
Estendendo l’analisi agli ultimi vent’anni, emerge chiaramente che il declino non è episodico, soprattutto tra Germania, Austria, Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Ucraina. L’analisi ha però evidenziato un andamento ciclico: dopo alcuni inverni con poca neve, ne seguono altri più nevosi. L’ultimo inverno molto nevoso in questa regione risale al 2020-2021, mentre per trovare un anno con nevicate estremamente abbondanti e diffuse bisogna tornare al 2016-2017. Il numero di anni con neve abbondante è tuttavia in calo e il ciclo sembra interrompersi sempre più frequentemente.
Neve e clima
Il calo della neve è uno dei fenomeni più chiaramente connessi alla crisi climatica, e allo stesso tempo uno dei più difficili da descrivere. “La copertura nevosa varia moltissimo a scala locale”, spiega Gerard van der Schrier, responsabile dell'archivio di ECAD , coordinato dal Royal Netherlands Meteorological Institute, che raccoglie dati da migliaia di stazioni meteorologiche europee da 25 anni. “In molti casi, vengono riportati solo i dati di temperatura e precipitazione, mentre l'altezza della neve è un indicatore molto sensibile ai cambiamenti climatici. Questi dati mostrano che le pianure sono proprio le aree dove la neve scompare più rapidamente rispetto alle zone ad alta quota".
Le tendenze, però, sono evidenti. Secondo uno studio del 2023 , nell’emisfero settentrionale la persistenza della neve si sta riducendo di 0,44 giorni ogni anno. In alcune zone dell’Europa centro-orientale, l’arretramento è più rapido, soprattutto sulle coste meridionali del Baltico e il bacino del Danubio, dove arriva a 0,95 giorni l’anno. Ciò - commenta van der Schrier - dipende dalla bassa altitudine media e dall'aumento delle temperature, che riduce la frazione di precipitazioni nevose in favore della pioggia.
I dati della rete ECAD indicano che lo spessore medio della neve si è ridotto del 12,2% per decennio, con un'accelerazione recente. "Significativamente, tuttavia, lo spessore massimo, cioè quello delle nevicate estreme che causano rischi e disagi, diminuisce molto più lentamente".
L’Europa si scalda più rapidamente della media del pianeta, soprattutto dove nevica di più, in montagna. Secondo l’osservatorio europeo Copernicus, gennaio 2025 è stato il mese più caldo mai registrato, con temperature superiori di 1,75°C rispetto al periodo preindustriale. L’aumento della temperatura fa sì che da un lato più precipitazioni avvengano sotto forma di pioggia, dall’altro che la neve resista al suolo per meno tempo.
Un quadro frammentato
La diminuzione della neve, però, è tutt’altro che omogenea. Alle alte latitudini, soprattutto nella penisola scandinava, la copertura nevosa appare stabile e a volte addirittura in aumento. Nel resto del continente la tendenza dipende soprattutto dall’altitudine: alle basse quote, anche una lieve variazione di temperatura può trasformare la neve in pioggia su vaste aree, mentre lo stesso effetto non si verifica in alta montagna, dove le precipitazioni sono inoltre più abbondanti. Sulle Alpi e i Carpazi, la riduzione della neve diminuisce sensibilmente sopra i duemila metri.
Alcune aree montuose dei Balcani tra Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina, vedono addirittura un forte aumento delle nevicate estreme. Questo dato, spiega Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS e coordinatore di Climameter, non è in contrasto con la tendenza globale: "L'umidità atmosferica aumenta del 7% per ogni grado di riscaldamento, il che può significare precipitazioni più intense e in alcune situazioni nevicate più abbondanti. Nei Balcani, inoltre, i cambiamenti nella circolazione atmosferica spingono più frequentemente le perturbazioni in quella zona. Tuttavia, con il riscaldamento continuo, anche questi eventi diminuiranno, concentrandosi sempre più sulle montagne più alte”.
Turismo invernale a rischio
La diminuzione della neve ha impatti rilevanti su ambiente, risorse idriche ed economia. Il più diretto è quello dell'industria dello sci, che vede in Europa la metà dei grandi comprensori sciistici del pianeta per oltre 200 milioni di skipass venduti e un giro d’affari di oltre 30 miliardi di euro. Anche se la maggior parte di questo business si concentra sulle Alpi, le stazioni dell’Europa centro-orientale e meridionale hanno una grande importanza a livello locale.
Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change, con un aumento di temperatura di 2°C, il 53% delle 2.234 stazioni sciistiche europee si troverà a rischio elevato con un aumento di 2°C, in assenza di neve artificiale, che però dipende a sua volta dalla temperatura e dall’acqua disponibile. E la percentuale sale al 98% con un riscaldamento di 4°C.
Già oggi, solo il 22% delle piste dei Balcani e il 17% di quelle di Carpazi e Appennini hanno innevamento sufficiente negli anni poveri di neve. Il problema è già qui: solo in Italia, secondo il rapporto “Nevediversa” di Legambiente, nel 2025 sono 265 gli impianti che risultano abbandonati, più del doppio rispetto al 2000.
Impatti su risorse idriche e agricoltura
Meno evidenti, ma almeno altrettanto importanti, sono gli effetti sulla disponibilità idrica, con ripercussioni anche per agricoltura e usi domestici. La neve agisce come un serbatoio naturale, rilasciando gradualmente l’acqua in primavera, quando la vegetazione ne ha più bisogno. Uno studio del 2015 evidenzia che due miliardi di persone nel mondo dipendono da bacini idrici legati alla neve, e l’Europa non fa eccezione.
Le aree più colpite si trovano nelle regioni montuose del Mediterraneo e dell’Europa meridionale, dalla Spagna (soprattutto in Catalogna e nel bacino del Duero), all’Appennino meridionale fino all’Egeo e alla Crimea. Gli studi evidenziano come la grande siccità che ha messo in crisi il nord Italia nel 2022, ad esempio, è stata sensibilmente aggravata dalla scarsità di neve.
In Europa centrale questo inverno, secondo il centro di ricerca dell’Unione europea (JRC), la riduzione della neve ha causato un deficit idrico dal Baltico alla Bulgaria, con effetti negativi sulle coltivazioni. Inoltre, in queste regioni l’assenza di neve espone le piante alle gelate invernali, con il rischio di compromettere la resa agricola
Il rischio nevicate estreme permane
Paradossalmente, mentre la neve diventa sempre più rara, le nevicate estreme continuano a rappresentare un rischio. Nell’ultimo decennio eventi come l’ondata di freddo del 2017 (oltre 60 morti in Europa centro-orientale), e la valanga dell’hotel Rigopiano in Abruzzo (29 vittime) avvenuta nello stesso anno, lo dimostrano.
Faranda spiega che gli effetti di alcuni eventi, come la tempesta “Ciro” che nel 2023 mise in crisi i trasporti in molti paesi europei, sono connessi proprio con la crisi climatica. Oltre all’aumento dell’intensità delle precipitazioni, spiega, “le nevicate a temperature più alte rispetto al passato, spesso con pioggia mista a neve o ghiaccio, sono sovente le più problematiche per le infrastrutture e i trasporti”.
Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0
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