
Protesta contro Rio Tinto a Belgrado, Serbia, dicembre 2021 © Zivko Trikic/Shutterstock
Col memorandum d’intesa sul litio del 2024 col governo di Belgrado, l’UE espone il fianco alle accuse di dare “priorità all'avidità e al profitto" rispetto "a stato di diritto, democrazia e sostenibilità ecologica”. Intervista al presidente del Partito della Sinistra Europea, Walter Baier
Dopo le polemiche sulla proiezione alla sede del Parlamento europeo del fazioso documentario "Non nel mio paese: il dilemma del litio in Serbia", il tema dello sfruttamento minerario e dei rischi ambientali e sociali nel Paese candidato all'adesione all'UE è tornato a scaldare gli animi a Bruxelles.
Perché l'estrazione di litio nella miniera di Jadar è il tassello fondamentale dell'accordo siglato lo scorso anno tra Bruxelles e Belgrado sullo sfruttamento di una risorsa mineraria indispensabile per la transizione verde del settore automobilistico europeo. In questo modo, l'Unione scopre il fianco alle critiche di complicità con il governo serbo e con il gigante dell'estrazione mineraria Rio Tinto.
"Questo è un chiaro caso di priorità data all'avidità e al profitto delle aziende rispetto allo stato di diritto, alla democrazia e alla sostenibilità ecologica", è l'accusa lanciata dal presidente del Partito della Sinistra Europea, Walter Baier, in un'intervista per OBCT.
Proprio il numero uno del partito paneuropeo di sinistra aveva partecipato alla manifestazione di protesta fuori dal Parlamento europeo all'indomani della proiezione del documentario, definendo l'atteggiamento delle istituzioni dell'UE come "neo-colonialismo in azione", dal momento in cui "proclamano di essere a favore della sostenibilità e dei diritti umani, eppure sostengono questo progetto sconsiderato".
Quali sono le preoccupazioni principali a proposito della miniera di litio in Serbia?
L’impatto ambientale dell'estrazione del litio è ben documentato da numerosi studi, condividiamo le preoccupazioni di molte organizzazioni in Serbia. Esiste un serio rischio di contaminazione delle acque sotterranee, di inquinamento del suolo agricolo e di sfollamento delle comunità locali dalle loro case e terre. L'opposizione a questo progetto è più che giustificata.
Si tratta a tutti gli effetti di una questione europea. Se la resistenza delle comunità locali può essere superata in una parte d'Europa - come in Serbia - allora può accadere ovunque.
Il nostro partito, in quanto movimento paneuropeo che unisce partiti e organizzazioni sia all'interno sia all'esterno dell'Unione Europea, è impegnato nella costruzione di reti e nell'organizzazione della solidarietà transnazionale per il movimento ambientalista e democratico.
Quali sono le responsabilità dell'Unione europea?
L'Unione europea ha chiare responsabilità. Il memorandum d'intesa firmato nel luglio 2024 ha ignorato la volontà del popolo serbo, che aveva già lottato per fermare il progetto. Le tempistiche e la sequenza degli eventi parlano da sé.
Nel 2022, un movimento di massa ha costretto il governo a fermare il progetto minerario. Poi, nel luglio 2024, la Corte costituzionale serba ha annullato quella decisione, riaprendo la strada allo sfruttamento, e immediatamente è arrivato l'intervento dell'UE con un memorandum d'intesa che punta sull'estrazione del litio.
Si tratta di una palese violazione dei principi democratici, un caso di manipolazione non trasparente. L'Unione europea, che spesso difende lo stato di diritto a livello globale, sta ora beneficiando di un processo ingiusto e illegale.
Non c'è il rischio di dipendere da Paesi terzi per le tecnologie pulite, se l'Europa non sfrutta le risorse naturali sul continente, come nel caso della miniera di litio in Serbia?
Credo che in questa specifica regione esistano valide alternative economiche e sociali. La valle di Jadar è una risorsa, un gioiello naturale che potrebbe essere utilizzato per l'agricoltura o l'ecoturismo.
Più in generale, la domanda chiave è quale modello economico l'UE voglia perseguire. Se dà priorità alla competitività, alla rivalità e al confronto economico con altre potenze globali, allora la pressione per sfruttare le sue risorse naturali sarà immensa.
Se l'obiettivo è creare un quadro di cooperazione internazionale per la transizione ecologica, riconoscendo la crisi climatica e la responsabilità condivisa della conservazione della biodiversità, allora l'approccio dovrebbe essere basato sulla cooperazione.
Ciò è particolarmente cruciale in un momento in cui le tensioni geopolitiche sono in aumento. Dare priorità al confronto non è solo pericoloso per la stabilità globale, ma anche dannoso per il benessere sociale, per le persone nel Sud globale e per la sostenibilità ecologica.
La transizione verde dell'Europa può essere realisticamente realizzata?
Non con le politiche attuali. Le priorità della Commissione europea, come dimostrato dal Clean Industrial Deal e dal pacchetto Omnibus, indicano un chiaro cambiamento. È simbolico che il termine “Green Deal” sia stato sostituito da “Clean Industrial Deal”, passando da “green” a “industrial”. L'attenzione è ora rivolta alla competitività piuttosto che alla sostenibilità.
Se si guarda al pacchetto Omnibus, è evidente che l'UE sta indebolendo la responsabilità delle imprese, ridimensionando le ambizioni ecologiche, abbassando gli standard ambientali e persino rinazionalizzando la legislazione sulla responsabilità civile in caso di danni ecologici.
Questo cambiamento è stato apertamente sostenuto dai Conservatori e riformisti europei (ECR) e dal Partito popolare europeo (PPE) anche prima delle elezioni europee. Quello a cui stiamo assistendo ora è una diretta conseguenza di quell'agenda.
Se il Green Deal doveva essere una rivoluzione ecologica - cosa che non è mai stata veramente, nonostante alcuni progressi - allora ciò a cui stiamo assistendo oggi è una controrivoluzione ecologica.
L'allargamento dell'UE è ancora una risorsa per l'Unione?
La tragedia della politica di allargamento dell'UE è che dà priorità alla strategia geopolitica rispetto alla coesione sociale ed economica.
Invece di ridurre le disparità in Europa, l'attenzione è rivolta all'integrazione di nuovi Paesi in base alla loro importanza strategica nel confronto politico e militare con Russia e Cina.
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